domenica, 29 giugno 2008,13:33
SCOPPIA a Bergamo il "caso-Vieri". L'ipotesi di un ritorno del bomber all'Atalanta ha infatti scatenato un vero e proprio putiferio tra i tifosi, soprattutto fra quelli della Curva Nord. Gli ultrà si sono dichiarati contrari all'acquisto dell'attaccante e per esprimere il proprio dissenso hanno tappezzato il centro cittadino con manifesti dalla scritta eloquente: «Vieri sei solo un ingrato, non sei degno dell'Atalanta». Sottotitolo: «La Dea merita rispetto». Nel mezzo, si vede l’effige di Bobo Vieri in maglia viola, imprigionata dal cartello di divieto. Il popolo nerazzurro, insomma, non ha dimenticato il "tradimento" dell'anno scorso, quando Bobone se ne andò senza complimenti né ringraziamenti da Bergamo. Il dibattito è esploso ieri sul blog Bergamonews, il primo a dare la notizia di una possibile rentreè di Vieri, e sui siti Atalantini.it, (quello degli ultras bergamaschi), del Tgcom e di altre testate.

AI TIFOSI ha replicato prontamente il direttore sportivo dell'Atalanta, Carlo Osti: «Penso che sia molto importante nella vita il rispetto dei ruoli - ha affermato il dirigente nerazzurro a Radio Marte - è necessario che una società di calcio faccia le sue scelte a livello di mercato e che i tifosi facciano i tifosi e nient'altro. Se poi c'è qualcuno che non approva le scelte del club questo fa parte del gioco». Come Osti la pensa l'assessore allo Sport del Comune di Bergamo, l'ex calciatore dell'Atalanta, Fabio Rustico: «La campagna acquisti non deve essere fatta dalla Curva Nord, c'è già chi fa questo mestiere in modo egregio. La scelta di piazzare quei manifesti mi è sembrata fuori luogo». Contrario al ritorno di Vieri è invece Daniele Belotti, consigliere regionale leghista e noto tifoso atalantino: «Quella dei manifesti è una forma particolare che non reputo offensiva: è un modo per esprimere dissenso verso il mercato della società. Vieri non ha avuto rispetto della maglia nerazzurra, per lui l'Atalanta è stata una clinica dove curarsi».

SULLA VICENDA sono intervenuti anche il sindaco di Bergamo, Roberto Bruni e il presidente della Provincia, Valerio Bettoni. «Non trovo azzeccata la scelta di far tornare Vieri a Bergamo, però questa accoglienza non mi piace», ha detto Bruni; Bettoni, invece, ha invitato la società «a non farsi condizionare dagli ultrà».
Tratto da tifonet.it
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domenica, 23 marzo 2008,18:43

da www.asgmedia.it

Quattro mesi. Tanto è passato da quella domenica in cui un agente della polizia stradale ha ucciso Gabriele Sandri, sparandogli nell'autogrill "Badia al Pino" sull'autostrada A1. Una storia tragica che, come abbiamo detto tante volte, poteva essere gestita in maniera degna e sicuramente diversa da quanto fatto da parte delle Istituzioni e di certa stampa. Per la prima volta nello stesso giorno dell'omicidio c'era l'assassino e la pistola fumante, ma nell'immediato non è stato fatto nulla. Anzi, dopo quattro mesi la storia è ancora molto tenuta sotto tono e la giusta richiesta di verità della famiglia Sandri, degli amici di Gabriele e dell'Italia intera ancora non è stata raccolta. E se si pensa che siamo in Italia, nazione dove non succede nulla per caso, viene da pensare quando vengono eseguiti alcuni arresti contro il mondo ultras proprio il giorno dell'interrogatorio di Luigi Spaccarotella, l'agente che ha ucciso Gabbo. E ancora di piú fa riflettere l'ordinanza di un Gip che cerca di mettere in cattiva luce la memoria di un ragazzo limpido che non c'è piú, provando a raccontare la storia di un Gabriele che faceva parte di un gruppo di teppisti legati alla destra radicale.
Come se non bastasse, oggi sui quotidiani nazionali non si fa parola di Gabriele Sandri, tranne due eccezioni. Qualcuno punta strumentalmente il dito "sulle scritte anti-polizia sull'A1". Peccato che la foto sia di un muro di una città non meglio identificata. Sulle colonne di Repubblica, invece, sono state pubblicate le dichiarazioni di alcuni cittadini che erano nell'area di servizio: "quel poliziotto prima di sparare puntó l'arma e prese la mira per dieci secondi". Tra i verbali depositati dalla Procura di Arezzo c'è anche la testimonianza di una dipendente di "Badia al Pino" che racconta il momento dello sparo: "In quell'istante uno dei poliziotti mi è passato davanti. Giunto alla fine del guardrail, all'altezza di un cumulo di terra smossa, ha disteso entrambe le mani impugnando la pistola. Ha aspettato che quell'auto imboccasse la rampa che da accesso all'autostrada e poi ho udito un colpo di pistola. E mentre l'auto continuava il suo viaggio, il poliziotto è tornato sui suoi passi, sempre correndo, e ha raggiunto i suoi colleghi". E ancora: "Non ho notato assolutamente se il poliziotto durante la corsa, sia all'andata che al ritorno, avesse in mano una pistola che, ripeto, gli ho visto impugnare solo poco prima della sparo".
A questo punto la situazione dovrebbe sembrare chiara e limpida come è stata raccontata dall'inizio e l'accusa di omicidio volontario sembra ovvia. Dopo quattro mesi vogliamo continuare a chiedere a gran voce giustizia e verità per Gabriele e per questo facciamo nostre le parole di Cristiano, il fratello di Gabbo: "voglio sottolineare che nessuna sentenza ci riporterà Gabriele, ma almeno la giustizia terrena gli è dovuta".

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mercoledì, 13 febbraio 2008,07:45

da http://oldfansfondi.splinder.com/

...anche il terzo mese in archivio, senza alcuna novità sostanziale. I protagonisti sempre lì al loro posto, nessuna traccia di giustizia, nemmeno lontanamente. All'orizzonte però le settimane decisive, come da tempo preannunciato. Un tutore dell'ordine indagato dalla Procura di Arezzo con quell'accusa di omicidio volontario, reato che prevede una pena non inferiore ai ventuno anni di prigionia. Nel frattempo però un Pubblico Ministero dispone una serie di accertamenti tecnici, volti a stabilire l'esatta dinamica del colpo esploso dall'agente. Il termine ultimo, che il PM ha stabilito per il deposito delle perizie, scadrà a fine mese, e la speranza è la stessa da tre lunghi mesi: chi ha ucciso Gabbo deve trascorrere in carcere la giusta pena, senza sconti o favori. Inammissibile pensare che ancora oggi sia a piede libero! Pranza tranquillo...


La strategica disinformazione politica e televisiva ci ha propinato ogni tipo di versione: rissa tra tifosi, colpo accidentale che faceva otto carambole e solo per pura sfortuna colpiva un ragazzo che dormiva in una macchina nella corsia opposta dell’autostrada, agguati e scontri, con coltelli e sassi, poi rinvenuti nell’aiuola dell’autogrill (come quella sacca piena di coltelli spranghe e asce che trovano dentro ad un cespuglio prima di ogni derby da venti anni a questa parte…). Insomma la verità è… che la verità ci viene nascosta come sempre in Italia. Sulla persona che ha sparato senza motivo è calato il silenzio stampa, non esiste il caso, non è mai esistito niente, non si sono fatti decreti straordinari che per assurdo obbligano ogni poliziotto in transito sull’autostrada a presentare al casello: codice fiscale, documento, certificato di residenza, suo e di tutti quelli che ha in macchina, in originale, come accade a noi che andiamo allo stadio in virtù di una tutela inesistente. Il silenzio omertoso accompagna le vicende buie da sempre, ma non è calato il nostro sdegno, per quanto è accaduto, per come si è tentato di infangare la memoria di un ragazzo che non c’è più nel pieno dei suoi anni, uno come noi che seguiva la sua squadra ed invece ha trovato la morte, inutile, stupida; sdegno ancora più accentuato dall’omertà e le panzane rifilate da chi fa o dovrebbe fare della giustizia e della verità la propria missione istituzionale e di vita.


Nell’Italia dei tanti pesi e delle tante misure viene tutelato l’assassino al posto dell’assassinato; non sono episodi rari se si ricorda, ad esempio, che è stato addirittura premiato chi ha ammazzato investendo ubriaco quattro ragazzini per strada, con soggiorno in un appartamento con vista mare e la possibilità di sbarcare il lunario nell’ambito "pubblicitario". Non stupisce, quindi, che venga oggi protetto l’assurdo comportamento di una persona che pensa bene di sparare ad altezza d’uomo. Per questa Italia di cacca, "munnezz", veline e “Costantini”, di "Onorevoli" che bestemmiano e brindano in Parlamento, si insultano e cambiano colore a seconda del vento... vergogna!

 

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lunedì, 11 febbraio 2008,16:43

di Bianca Penna (www.asgmedia.it

Sono passati tre mesi da quella tragica mattina di novembre. Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale, si stava recando a Milano per vedere la partita della sua squadra quando, all'uscita dell'area di servizio Badia al Pino, sull'autostrada A1, un proiettile sparato da un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, lo colpisce. Morirà qualche minuto dopo in macchina.
Sono passati tre mesi durante i quali il volto di Gabbo, come lo chiamavano gli amici, è rimasto impresso nella memoria dei tifosi, della gente comune, di chi lo conosceva e dei suoi amici.
Tre mesi nei quali giustizia ancora non è stata fatta.
Venerdí scorso, al Campidoglio, è stata inaugurata la Fondazione Sandri. Il fratello di Gabriele, Cristiano, ha spiegato che "il proposito che si pone è quello di sradicare la violenza che è presente nella società, quella che arriva fino al calcio e che caratterizza la nostra società. I valori come la lealtà, il rispetto, propri dello sport, o la fratellanza che unisce una squadra di calcio sono valori che possono essere trasfusi nell'ambito del sociale" ha detto Cristiano.
Ma i protagonisti di questa storia sono tanti.
C'è quell'agente. C'è Luigi Spaccarotella, accusato di omicidio volontario, a piede libero, che per adesso non ha avuto nemmeno i domiciliari. C'è Spaccarotella che ha sparato da un autogrill verso un altro autogrill. C'è un uomo che, con metodo, si è piegato e ha preso la mira. C'è il suo proiettile che ha attraversato piú di quattro corsie dell'autostrada.
Poi c'è un gruppo ristretto di persone, che quella domenica si trovava dentro la macchina, un gruppo di persone per le quali la vita è stata segnata in modo indelebile da un'azione assurda, incomprensibile, incredibile da credere. Un gruppo di persone che continua a ricordare Gabriele con iniziative, un gruppo di persone che è stato incolpato per una rissa che non c'è mai stata, con l'accusa di aver provocato l'azione dell'agente della polstrada.
E ancora ci sono i tifosi, quelli che nei valori del calcio vero e piú profondo credono ancora. Quelli che per i primi giorni sono stati accusati della morte di Gabriele per la violenza che metterebbero in campo in ogni trasferta, durante ogni partita. Quelli che nella lealtà, nella fratellanza, nel tifo e nei colori credono profondamente. Quelli che dopo quel giorno, negli stadi, non sono stati piú gli stessi. Quelli che, divisi forse dall'appartenenza a quella o a quell'altra squadra, si sono stretti intorno ad una famiglia e ad una comunità intera.
C'è la gente comune. C'è la gente che fino all'ultimo momento ha creduto che si trattasse di un sogno, che non potesse essere vero. Quelli che, in un lungo e silenzioso corteo, sono andati a salutare Gabriele alla camera ardente, al funerale, quelli che lo ricorderanno sempre. Quelli che, anche se del calcio e del tifo non gliene importa nulla, sono rimasti increduli quando un omicidio è stato giustificato per la violenza dei tifosi. Quelli che hanno pensato che durante lo sparo, forse, potevano passare su quelle corsie in macchina. Quelli che vogliono giustizia.
Ci sono i media. C'è la stampa. Ci sono tutti quelli che quella mattina hanno intitolato i loro articoli 'Rissa tra tifosi, un morto', senza comprendere la gravità delle parole che avevano messo nero su bianco, senza capire che venivano meno ad uno dei doveri dei giornalisti: dire e soprattutto raccontare la verità cosí com'è.
Poi c'è la famiglia di Gabriele. C'è una famiglia che non ha ancora avuto giustizia, una famiglia che ha il diritto di avere giustizia.
C'è un'intera popolazione, una nazione, che ha bisogno di sapere com'è andata, ha il diritto di credere che i colpevoli siano presi e abbiano la giusta punizione.
Poi c'è Gabriele. C'è Gabriele che forse quella partita l'ha vista.
C'è Gabriele che forse allo stadio continua ad andare, senza mai smettere di sorridere.

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mercoledì, 06 febbraio 2008,13:51

Pubblichiamo il comunicato stampa dei ragazzi della Curva Furlan di Trieste:

In questi giorni la Questura di Trieste ha consegnato tre diffide ad altrettanti nostri appartenenti per avere osato tenere in mano lo stendardo del gruppo cui apparteneva Gabbo, in segno di ricordo per lui. Risulta assolutamente incomprensibile un tale accanimento delle forze dell'ordine nei confronti di chi ricorda un morto da esse stesse provocato, cosa questa che fa pensare al fatto che le forze dell'ordine abbiano la coda di paglia a riguardo dell'omicidio Sandri.
Cosa c'entrano le diffide perché si ricordava l'appartenenza di un morto? Cosa c'entra questo con la violenza negli stadi? Violenza negli stadi che a quanto pare ora viene esercitata solo le forze di polizia che hanno diritto di vita e di morte su qualsiasi persona che va allo stadio e come sappiamo non solo. Loro questa violenza la possono fare eccome! Che si chiami violenza fisica, psicologica poco importa; loro la chiamano giustizia e in suo nome calpestano i minimi diritti, non solo degli Ultras, ma di tutti i cittadini! Perché hanno associato la violenza negli stadi con gli stendardi di appartenenza dei vari gruppi annullando il colore? Che cosa c'entra con la violenza? E perché una persona, per avere mostrato una semplice bandiera o stendardo senza che vi sia vergato nulla di offensivo nei confronti di alcuno né ricordi regimi violenti o istigazioni varie, deve pagare con una diffida e soprattutto con TRE FIRME da fare durante la partita? Tre firme... ma si rendono conto che la pena è smisuratamente esagerata? Senza poi nessuna denuncia e nessun reato grave!
Lo chiamano reato amministrativo, ma allora perché lede la liberta' personale in assenza di violenza? Siamo stufi di questo stato di cose e di questo accanimento sconvolgente e illiberale. Lo rifiutiamo! Protesteremo a modo nostro ma, sappiate che anche voi, vecchi, donne e bambini, siete un potenziale bersaglio di arroganti "difensori" di un ordine che è e sarà sempre più odiato.

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mercoledì, 06 febbraio 2008,00:48

Milano, 5 febbraio - Sono passati quasi tre mesi, era l`11 novembre, dalla morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Il padre Giorgio continua a pretendere giustizia, ma sta pensando di compiere un gesto che faccia capire come la tragedia di suo figlio sia estranea al calcio: andare a vedere il prossimo derby in curva sud: `Sono intenzionato ad andare in sud - ha detto ai microfoni di Supernova tv - I tifosi certe volte sono descritti come chissa` cosa, quando invece sono semplici cittadini che hanno un cuore, una testa e dei sentimenti. Io in Curva Sud ci vado volentieri...`.
`In quell`automobile potevo esserci io, che allo stadio non vado da diverso tempo - ha proseguito - Potevo andare a fare una gita, a teatro o magari a Firenze: il calcio non c`entra nulla in questa storia. Mio figlio e` stato ucciso su un`autostrada e basta`.

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martedì, 05 febbraio 2008,14:07

Corrono su e giù per le tribune di San Siro. Entusiasti. "Questo è il posto dove si siede Berlusconi? A me sembra che qui si metta Moratti invece". Commentano. Ricordano. Fotogrammi che sino a poco prima avevano visto solo in tv. Tifosi. Bambini. Quelli delle scuole elementari di Milano.
STOP VIOLENZA - Quelli del progetto Un calcio alla violenza ideato dalla dottoressa Beatrice Di Virgilio del forum della solidarietà Lombardia, subito dopo la tragica scomparsa dell’agente Filippo Raciti durante gli scontri avvenuti all’esterno dello stadio di Catania, durante il derby col Palermo. "Diverse persone della mia famiglia — racconta la Di Virgilio — appartengono alle forze dell’ordine. L’episodio Raciti mi ha sconvolto. Mi sono chiesta cosa potessi fare. La risposta l’ho trovata rivolgendo lo sguardo al nostro futuro, i bambini. Tutti sin da piccoli, dovremmo conoscere il duro lavoro della polizia. La stessa che ogni giorno cerca di proteggerci".
IL PROGETTO - Da qui l’idea di creare dal nulla, un percorso per avvicinare i bambini a una visone pulita dello sport. Pensando che saranno i tifosi di domani. Venerdì (il primo degli 8 appuntamenti previsti) dunque, 350 piccoli alunni, anche, grazie alla collaborazione del museo San Siro, hanno potuto visitare tutta la "Scala del calcio", spogliatoi di Milan e Inter compresi. Finito il percorso all’interno dell’impianto sportivo, i bambini sono stati ricevuti nella sala Executive del Meazza. Ad attenderli, Andrea Valentino primo dirigente del commissariato Garibaldi-Venezia della Polizia di Stato che ha raccontato, assistito da Patrizia Peroni responsabile delle relazioni esterne delle questure di Milano, il rapporto tra l’agente di polizia e il calcio. "Quello del poliziotto allo stadio — racconta Valentino è un lavoro duro che comincia la domenica mattina e finisce la sera tardi all’esterno dello stadio. Non possiamo di certo guardare le partite...".
TACCONI - Era presente anche Stefano Tacconi, lo storico portiere della Juve. "Ho vissuto il fenomeno hooligan..." Il riferimento qui è ai 39 tifosi morti all’Heysel il 29 maggio ’85 durante la finale di coppa Campioni vinta amaramente dalla Juve sul Liverpool. "Questo progetto getta un seme di speranza, ma sarebbe opportuno conoscere il pensiero dei capi ultrà. Invitiamoli! Sarebbe interessante conoscere il loro punto di vista".

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martedì, 05 febbraio 2008,09:20

da www.bol.it

TIFARE CONTRO di Giovanni Francesio

1968-2007. E' racchiusa fra queste date la parabola degli ultras italiani. Dalla fondazione del primo gruppo alle morti dell'agente Filippo Raciti e del tifoso Gabriele Sandri: la fine della storia, se vincerà la linea della repressione a tutti i costi. Sono passati quarant'anni, eppure in molti compresi quei commentatori che il calcio lo vedono solo in tv o quei politici che la curva la osservano dal caldo della tribuna vip - sanno ancora poco del mondo ultras. I giudizi sferzanti, quelli sì, riempiono le colonne dei giornali: "tutti delinquenti", "sono bestie e come tali vanno trattati", "il male assoluto del calcio". In attesa di una terapia più efficace di quella praticata finora - ovvero botte e diffide - e di una gestione meno anacronistica degli stadi è il momento giusto per provare a sollevare il velo dell'ipocrisia e fare luce su un fenomeno che del discusso "sistema calcio" non è nemmeno la parte più marcia. Un libro schietto e provocatorio, per raccontare le curve senza giri di parole. Dal punto di vista di chi la curva l'ha vissuta.

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venerdì, 01 febbraio 2008,09:24

da www.supertifo.it e www.sportpeople.net

Scrivere a botta calda è difficile e rischioso, ma la tragicità di un evento come la morte di Gabriele Sandri non solo non lascia spazio a temporeggiamenti, ma obbliga a prendere una posizione, di certo coerente con i pensieri di sempre e dunque distante dai pensieri dominanti. Domenica 11 novembre è stata una giornata dura e dolorosa, ed il delittuoso avvenimento nell’area di servizio della A1 ne è solo una parte. Ma andiamo con ordine. La notizia arriva via telefono verso mezzogiorno, improvvisa e perfida come un montante in pieno volto. Subito cerco conferme e dettagli in tv, dove intanto prende corpo il più classico teatrino mediatico e si recita un copione già visto e rivisto: nel leggere i lanci di agenzia la morte del giovane tifoso laziale viene inserita nel quadro di scontri tra opposte tifoserie, pur essendo stato raggiunto da un colpo di pistola. Che sul posto sia intervenuta la Polizia per tentare di sedare una presunta rissa è un particolare, a questo punto, ovvio quanto determinante. Scrivo a distanza di quarantotto ore e nel frattempo è emerso il “dettaglio” che, per certo, un agente ha sparato, a rissa già conclusa, dall’opposta corsia dell’autostrada: roba da poliziesco americano di quarta serie. Come sempre in questi casi le autorità hanno dato conto di colpi sparati in aria a scopo dissuasivo, ma la verità è che un proiettile ha centrato un bersaglio che stava seduto in auto e che alla rissa forse nemmeno aveva preso parte. Un testimone delle ultime ore afferma di avere visto il poliziotto sparare a due mani, nella tipica posizione da poligono di tiro, mentre dalle dichiarazioni di altri agenti sembra ci fosse la piena consapevolezza che i protagonisti del diverbio fossero dei tifosi. Mi si rivolta lo stomaco: il dolore e la rabbia, nonché le improbabili ricostruzioni che i questurini di turno hanno tentato di farci bere, sono gli stessi che ho vissuto alla morte di un altro fratello, Carlo Giuliani.
Quel poco di sensatezza che sopravvive all’inesorabile coinvolgimento emotivo, da ultras e con gli ultras, mi fa pensare per un attimo che l’assurda gravità di quanto è accaduto travalica e precede, ma forse il condizionale è preferibile, qualsivoglia successivo collegamento calcistico: in un paese civile e democratico gli sceriffi non possono avere cittadinanza ed un fatto del genere dovrebbe (il condizionale, appunto) fare insorgere l’intera opinione pubblica e, perché no, la stessa casta politica. Ma siamo nel Paese delle emergenze e del garantismo a senso unico, pretendere un po’ di buon senso appare del tutto fuori luogo. Infatti, sin dalle prime tribune televisive, gira e rigira si finisce sempre a parlare della violenza ultrà, degli incappucciati da stadio, delle trasferte da vietare tout-court come sublimazione totale di tutti i decreti e di tutti i divieti. Già, perché la morte di Gabriele innesca sì un processo, ma i principali imputati, anche stavolta, sono gli ultras, nella fattispecie quegli ultras che hanno dato sfogo alla loro rabbia: al di là dei fatti accaduti a Roma nella sera di domenica, dai quali mi dissocio perché frutto di dinamiche da rileggersi in chiave prettamente extracalcistica, sono bastate due vetrate mandate in frantumi e quattro schiaffoni qui e là per oscurare la tragedia di un ragazzo (un tifoso, ma poteva essere un padre di famiglia in gita domenicale) ucciso senza motivo. Appena otto mesi dopo la morte dell’Ispettore Raciti, sulla cui vera ricostruzione continua a persistere un mistero impenetrabile, gli ultrà tornano loro malgrado ad essere in cima ai problemi di un intero Paese, oscurando ogni altra questione: morti sul lavoro, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, corruzione, persino i lavavetri di Firenze avranno qualche giorno di tranquillità. Per il mondo del tifo organizzato la sentenza è già stata scritta ed è pronta la ricetta di sempre: repressione e divieti, divieti e repressione… Il tutto, naturalmente, senza diritto ad alcun contradditorio, ci mancherebbe altro, ma anche senza cercare di capire cosa può essere passato per la mente e per il cuore di migliaia di ragazzi che, in una mite domenica d’autunno, si sono sentiti dei “dead men walking” e che hanno pensato, anche solo per un attimo, che Gabriele potevano essere loro, che così non si può andare avanti, che c’è un limite a tutto. Passi il vergognoso silenzio che da sempre si portano con sé le morti di Stefano Furlan, di Celestino Colombi, di Fabio Di Maio, di Sergio Ercolano. Passi il sistematico insabbiamento delle pistolettate ad Empoli-Vicenza del 1992 e delle vicende Alessandro Spoletini (2001) e di Paolo di Brescia (2005). Passino gli assurdi divieti del decreto Melandri-Amato, i Daspo e le denunce a tradimento, passino persino i pestaggi gratuiti dei blu, ma morire a 28 anni in questo modo non poteva che scatenare una reazione forte… O qualcuno pensava forse che certe cose si possano esprimere con dei comunicati stampa o con uno sciopero della fame? Qualcuno può spiegarmi perché se un agente di pubblica sicurezza, piuttosto che un Ministro od un altro soggetto “upper class”, compie un reato la responsabilità (semmai verrà accertata) è sempre individuale mentre se il colpevole è un ultras si sputano sentenze sommarie e si criminalizza un intero mondo fatto di centinaia di migliaia di giovani? Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo alle Forze dell’Ordine italiane, negli ultimi anni protagoniste di svariati episodi poco limpidi (l’eufemismo è d’obbligo…): dal G8 di Genova al caso di Federico Aldrovandi, dalla mattanza di Roma-Manchester fino alla recentissima morte di un falegname 54enne nel carcere di Perugia? Eppoi, fuor di retorica, di buonismo e di politically correct, ci dicano i nostri politici di mezza età come reagivano negli anni Settanta quando queste cose capitavano (eccome se capitavano!) ad un loro compagno o ad un loro camerata…
La mia maledetta domenica la vivo proprio a Bergamo, per Atalanta-Milan, dove va in scena il meglio (o il peggio, vedete voi…) della rabbia ultrà. Da queste parti la solidarietà ultras ha radici lontane e quando la tragica notizia si diffonde la rabbia monta, inevitabilmente, contro il primo nemico, così all’ora dell’aperitivo un gruppo di cellulari viene fatto sloggiare, manu militari, dall’avamposto vicino alla Nord. Pim-pum-pam: oggi non è aria per voi, sparite dalla circolazione. Ma la vera sorpresa giunge poco più tardi, cioè quando arrivano gli ospiti. Mai avrei pensato di vedere le due fazioni, nemiche di lunghissima data, mischiarsi e partire, insieme, contro le divise blu. Anche questo la dice lunga sullo stato d’animo che alberga nei cuori ultras, un’esasperazione cresciuta negli anni che certo non giustifica, ma spiega certo sì, certi atteggiamenti. Dopo i preliminari di rito parte una carica senza se e senza ma, le Fdo sono costrette a sparare lacrimogeni e tuttavia devono ripiegare pesantemente. La situazione si calma ma è tutt’altro che normale, ed anche dentro lo stadio l’atmosfera è pesante. Lo splendido colpo d’occhio di un Brumana da tutto esaurito fa a pugni con una tensione che si taglia a fette: gli ultras dell’una e dell’altra parte chiedono di sospendere la partita, mentre il coro “Assassini-assassini” rimbomba più volte dalle due curve. Dopo la reazione di pancia, sbagliata come forse lo sono tutte le reazioni di pancia, gli ultras ora chiedono un segnale di rispetto, un gesto di buon senso ancora prima che simbolico: fermiamo il carrozzone del calcio, riflettiamo su quello che è successo senza pregiudizi e senza reticenze, cerchiamo di capire cosa non sta funzionando e cosa non ha funzionato in questo turbine di tolleranza zero. Anche nei palazzi del potere si è appena discusso se giocare oppure no, ma se dal mondo sportivo sembrava aprirsi uno spiraglio, quello politico ed istituzionale hanno chiuso subito la porta a doppia mandata: i giornali del lunedì, in particolare, riferiscono di un vero e proprio diktat del capo della Polizia Manganelli, contrario ad ogni possibile paragone con lo stop decretato alla morte di Raciti. A sua volta il Ministro degli Interni Amato avalla tale decisione e spiega che in questo modo si sono evitati ulteriori disordini, ma se una cosa del genere poteva forse giustificare la disputa di una finale di Coppa Campioni preceduta da 39 morti, questa volta appare come una posizione preconcetta, ed infatti larga parte del mondo politico, senza vincoli di maggioranze, criticherà tale decisione… A Bergamo come altrove, eccezion fatta per Inter-Lazio, la partita dunque si gioca, pur cominciando con 10 minuti di ritardo e con il lutto al braccio dei giocatori. Gli ultras non si rassegnano alla logica dello spettacolo che deve continuare: ai cori si aggiunge qualche torcia che piove in campo dalla Nord, ma il match inizialmente va avanti. I bergamaschi optano allora per la linea dura e cominciano ad infierire contro una vetrata che dà accesso al campo, fintanto che la stessa non dà segni di cedimento. Il resto è storia nota: i giocatori che si avvicinano alla curva, la discussione coi tifosi, la sospensione della partita, i processi mediatici, gli arresti, le istituzioni e la stessa Atalanta Bergamasca Calcio che annunciano di costituirsi parte civile. Pensatela come volete, ma tra tutte le cose che si potrebbero dire a proposito di un tombino usato a mo’ di ariete, io dico che i ragazzi della Nord hanno dovuto ricorrere all’unica opzione che avevano per essere presi sul serio, e la morte di Gabriele era una cosa maledettamente seria per non tentare il tutto e per tutto. Dico di più: come fecero i genoani quando morì Spagna, anche domenica scorsa gli ultras avevano il diritto di pretendere la sospensione della partita ed il dovere morale di imporre a tutto il mondo del calcio una profonda riflessione su quanto accaduto. Chiamatelo forse anche diritto al rancore, ma a è un rancore che non nasce dal nulla…
State pur certi che decine, forse centinaia di ragazzi pagheranno un conto salatissimo per la loro azione, a Bergamo, come a Taranto, come altrove. State altrettanto certi che per loro non sarà contemplata nessuna presunzione di innocenza fino al processo, nessuna attenuante, nessuno sconto di pena: ne va dell’immagine di uno Stato incapace di garantire l’ordine pubblico, se non vietando, proibendo e, spiace dirlo, mostrando tanti muscoli e poco cervello, soprattutto se si tratta di perseguire il ladro di polli e non il pappone o il bancarottiere di turno. Ma ha ancora un senso argomentare su tutto questo? Si dice che la morte non ha colori ed è uguale per tutti, ma non è vero: non lo pensa lo Stato, impegnato soprattutto a minimizzare il vero fatto scandaloso della giornata; non lo pensano le Istituzioni sportive, che sospendono i campionati in una domenica in cui la serie A già era ferma; non lo pensa il tifoso comune, soprattutto quello che allo stadio ci va solo, appunto, per un Atalanta-Milan e le altre 37 partite le guarda in poltrona. Già, perché al dolore della morte di un fratello, nell’imbrunire di questa maledetta domenica si palesa uno stadio che non solo non appoggia, ma addirittura insorge contro le due fazioni ultras, irridendole con cori offensivi e, di fatto, isolandole come tanti buoni predicatori da anni chiedevano si facesse. Mi gioco la testa che questi “tifosi modello” erano già pronti a spellarsi le mani per un ringhio di Gattuso o una punizione da Pirlo, erano pronti a festeggiare il goal dell’una o dell’altra squadra, forse anche a lanciare la classica bottiglietta d’acqua contro il guardialinee venduto… Preferisco stare con chi ha forse esagerato ma lo ha fatto per un motivo serio, ma quando, dentro e fuori il Brumana, ultras atalantini e rossoneri si mescolano ed alzano gli ultimi cori insieme, mi sfiora un brivido: e se fosse il canto del cigno?! Sappiamo che sarà sempre più dura andare avanti, ma abbiamo un motivo in più per stringere i denti e non mollare… ciao Gabriele.

Lele
(Gabriele Viganò)

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martedì, 04 dicembre 2007,13:21

''I gruppi della curva sud, in occasione di Roma-Cagliari, rimarranno a casa continuando la loro protesta''. È questo il comunicato dei tifosi romanisti che, anche per la gara di domani, non si predenteranno allo stadio. Domenica scorsa, mentre si disputava Roma-Udinese, i tifosi giallorossi si sono dati appuntamento al Circo Massimo (bp).

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lunedì, 03 dicembre 2007,11:54

dai nostri inviati Antonella Giuli e Tommaso Della Longa

Contro un mondo del calcio che "è diventato un circo". Contro le "leggi speciali che stanno distruggendo il tifo organizzato". E soprattutto contro "un sistema che si è già dimenticato della tragica morte del tifoso laziale Gabriele Sandri", ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto l'11 novembre scorso in un autogrill vicino ad Arezzo sull'autostrada A1.

Per tutti questi motivi i tifosi della curva Sud della Roma hanno deciso di disertare lo stadio e di seguire la partita Roma-Udinese dal Circo Massimo. Anche per evitare "strumentalizzazioni", cosí da "non poter far dire ai soliti che gli ultras violenti picchettavano la curva e obbligavano la gente normale a non entrare allo stadio".

La pioggia forse scoraggia qualcuno, ma alla fine diverse migliaia di tifosi si sono riversate nel centro di Roma, a tre passi dal Colosseo, radio alla mano per sentire cosa facevano De Rossi e compagni.

Sulla collinetta del Circo Massimo, una riproduzione della curva Sud con tutti gli striscioni esposti: dai Boys ai Fedayn, e ancora, Ultras Romani, Padroni di Casa, Irish Clan, Asr Crew, Giovinezza, Lupi. E poi uno striscione scritta rossa, sfondo bianco, piú grande di tutti: "Questa è l'ora di mostra' quanto valemo". Ovviamente presente anche un drappo con scritto "Giustizia per Gabriele". E la presenza di tutti i gruppi della Sud rende ancora piú forte la protesta. Tutti uniti, per ricordare Gabriele e per protestare. In maniera civile, goliardica, senza creare alcun tipo di disordine.

Cori per la Roma, gioia ai gol, richiesta di "giustizia" per Gabriele Sandri e poi un emozionante "Gabriele con noi!". Cosí il pomeriggio degli ultras della Roma al Circo Massimo, tra fumogeni, torce, partite di calcio sul pratone, birra e caffé Borghetti. "Questo è il vero modo di vivere la passione ultras", dice qualcuno, "e qui non c'è bisogno di autorizzazioni o altro". Eggià, perché i colori delle bandiere, gli striscioni, i fumogeni e le torce allo stadio non ci possono piú essere. Eccoli quindi, i tifosi della Roma, con la loro passione, il loro orgoglio.

"La società As Roma ci ha boicottati: arrivano voci dall'Olimpico che hanno fatto entrare quelli dei distinti e della curva Nord nella Sud per non far vedere che avevamo svuotato il settore", dicono tutti ad un certo punto del pomeriggio. Un segnale molto negativo, visto che oggi la protesta degli ultras è impeccabile e incontestabile. Anche per chi cerca sempre di puntare il dito del "male assoluto" contro i settori piú accesi del tifo italiano.

A fine giornata si parla di altre partite vissute in questo modo. Forse quella con il Cagliari e la Champions League. Tanto la curva era lí e il sostegno alla Roma non è mancato. Da oggi tutti avranno capito che gli ultras non hanno dimenticato Gabriele Sandri e che la protesta è ben lontano dall'esser finita.

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Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 6

Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 5

Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 4

Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 3

Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 2

Gli Ultras della Roma al Circo Massimo - foto 1

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domenica, 02 dicembre 2007,23:45

Piu' di 1000 ultras della Curva Sud, la tana dei tifosi della Roma, si sono riuniti oggi sotto la pioggia al Circo Massimo, disertando lo stadio Olimpico in concomitanza di Roma-Udinese, per manifestare il loro 'essere ultras' e, hanno detto, contro un sistema che 'vuole eliminarci perche' le curve sono un'oasi di libero pensiero e non omologato in un societa' vuota di valori', 'la repressione negli stadi' e per affermare il diritto, per loro ed altre tifoserie di andare in trasferta.
In piu' hanno ricordato la morte, 'subito dimenticata', di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un poliziotto 3 settimane fa in un'area di servizio dell'A1 vicino ad Arezzo.
Il Circo Massimo si e' colorato di giallorosso, tra bandiere sciarpe e fumogeni. Il posto era obbligato: nell' emiciclo i romanisti hanno festeggiato i loro ultimi due scudetti e li' c'era stato l'abbraccio trionfale dei romani alla nazionale italiana reduce dalla vittoria ai mondiali di Germania.
Tutti i gruppi della tifoseria organizzata della Curva Sud hanno partecipato all'iniziativa; i tifosi hanno posto nella parte centrale del circo striscioni con i nomi dei loro gruppi di appartenenza, tra questi 'Ultras romani', 'Boys', 'Lupi', 'Giovinezza', 'Quadraro', 'Razza Romana' e sono anche rispuntati i 'Fedayn'. Su tutti c'era uno striscione con la scritta: 'Questa e' l'ora de mostra' quanto valemo'.
Gli ultras per tutto il corso di Roma-Udinese hanno cantato e scandito cori e slogan giallorossi, hanno fatto scoppiare qualche petardo e lanciato qualche fumogeno. Ma hanno anche scandito slogan contro le forze dell'ordine, che da sempre, ha detto qualcuno, 'rappresentano quel sistema che ci bistratta'.
Tanti i cori a Gabbo. In onore del tifoso laziale hanno piu' volte scandito 'Gabriele con noi'.
I tifosi hanno seguito la partita della Roma attraverso le radioline e ad ogni gol segnato dalla squadra giallorossa hanno esultato con cori, accendendo fumogeni e cantando l'inno 'Roma Roma', di Antonello Venditti.
La manifestazione si e' conclusa senza alcun problema di ordine pubblico quando il fischio dell'arbitro ha segnalato la fine di Roma-Udinese. Polizia e carabinieri per tutto il tempo sono rimasti a distanza, in piazza della Bocca della Verita'.
(ANSA).

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sabato, 01 dicembre 2007,14:46

ROMA, 1 DIC - In occasione del nuovo incontro di calcio tra Catania e Palermo La7 racconta dieci mesi di follia del calcio italiano, dalla morte dell'ispettore Filippo Raciti a quella di Gabriele Sandri. REALITY, il magazine de LA7 a cura di Paola Palombaro e Umberto Nigri, in onda domani, domenica 2 dicembre alle 23.30 propone immagini inedite di scontri tra ultras e polizia e interviste esclusive, come quella a Claudio Galimberti, capo ultras atalantino. E poi ancora, nei servizi di Carmine Fotia, Bruno Vesica e Ugo Francica Nava, le testimonianze della vedova Raciti e quella del padre del ragazzo accusato dell'omicidio del poliziotto, avvenuto durante gli scontri del 2 febbraio scorso a Catania. A seguire, REALITY vola in Spagna, dove i bonus che Zapatero ha introdotto in aiuto ai giovani e alle neo-madri non basta ai 'bamboccioni' iberici che, come quelli italiani, stentano ad arrivare alla fine del mese nel paese piú multienico d'Europa. (ANSA).

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giovedì, 15 novembre 2007,02:55

Mi permetto di postare un bellissimo messaggio scritto da un ragazzo romanista in ricordo di Gabriele. Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro:

Ogni ultras è diverso. C’è quello che si muove solo col gruppo e quello che fa gruppo per se. Gli ultras sono diversi, ma li unisce l’amore per la propria squadra, la tenacia nel resistere oltre 90 minuti in piedi sotto la pioggia o al freddo, li unisce il riscaldarsi con un coro cantato a squarciagola, li unisce la sicurezza dell’amico che gli dorme accanto sul treno che ti riporta dalla trasferta, li unisce la passeggiata goliardica nella città avversaria, li unisce la gioia di partire per una trasferta e la stanchezza del ritorno, li unisce quel panino diviso in due dopo ore di digiuno, li unisce quella sigaretta offerta nello scompartimento e ridata in curva, li unisce quella litigata sull’esterno sinistro panchinaro fatto nella penombra di un treno notturno, li unisce la mentalità. Le cose che ci uniscono, contemporaneamente ci dividono dal mondo esterno, ci allontanano dai genitori preoccupati, da zii scandalizzati, da compagni di classe impauriti e da professori disgustati. L’ultras è l’eccezione alla regola, è l’inaspettato che ti sorprende, è la sorpresa che ti smorza il sorriso quando pensi di averla fatta franca. L’ultras è anche il braccio che ti tira sul vagone prima che si chiudono le porte. L’ultras è questo e molto altro, altri sentimenti non rinchiudibili in parole.

Ciao Gabriele

un ragazzo della sud

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domenica, 11 novembre 2007,23:40

da www.identitario.org

Nelle ore successive al tragico evento che ha sconvolto l’Italia intera e che ha visto l’assurda morte di Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale in trasferta verso Milano, ucciso da un colpo esploso da un agente di polizia nei pressi di un autogrill sull’autostrada A1 in prossimità di Arezzo, alcuni Dirigenti Nazionali di Azione Giovani hanno deciso di rilasciare alcune dichiarazioni unanimi in merito all’accaduto.
“Potrebbero essere davvero molte le cose da dire in questo momento, – dichiarano Alessandro Amorose (Massa), componente dell’Esecutivo Nazionale di AG, Daniele Caroleo (Crotone) e Simone Spiga (Cagliari), Dirigenti Nazionali di Azione Giovani – ma ci limitiamo, innanzitutto, ad esprimere il nostro più profondo cordoglio ai parenti del giovane tifoso laziale morto tragicamente questa mattina.  Di rimando, non possiamo, comunque, non sostenere che, a nostro parere, sarebbe stato più opportuno sospendere tutte le partite di campionato previste in data odierna, innanzitutto per rispetto nei confronti di Gabriele e, in seconda istanza, per evitare qualsiasi tipo di reazione da parte dell’intero mondo delle tifoserie organizzate. Non possiamo assolutamente tollerare che davanti ad una tragedia del genere sia prevalsa, ancora una volta, la tesi dello “spettacolo che deve andare avanti a tutti i costi”!”.

 

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martedì, 02 ottobre 2007,19:32

FIRENZE, 2 OTT - Il prefetto di Firenze Andrea De Martino ha disposto, per motivi di ordine pubblico, la chiusura del settore riservato alla tifoseria ospite dello stadio Franchi per la partita Fiorentina-Juventus in programma domenica prossima. L'ordinanza del prefetto fa seguito all'attribuzione da parte dell'Osservatorio Nazionale sulle manifestazioni sportive dell'indice di 'rischio 4' all'incontro in programma domenica 7 ottobre.
'La gravita' degli episodi di cui si sono resi responsabili i tifosi juventini in occasione dell'incontro con il Torino domenica scorsa - scrive la Prefettura di Firenze in una nota - la storica rivalita' con la tifoseria viola e gli scontri avvenuti negli anni precedenti hanno indotto il prefetto ad assumere provvedimenti per prevenire il pericolo di incidenti e di gravi turbative per l'ordine pubblico'.
I biglietti della partita, secondo quanto deciso, potranno essere acquistati esclusivamente a Firenze e provincia e non potranno essere venduti ne' diffusi per via telematica. I tagliandi gia' venduti - continua la nota - che non rispettano queste prescrizioni, devono essere annullati. Vietata la cessione del biglietto da parte dell'acquirente ad altro tifoso.
La distribuzione dei biglietti, per tutti i settori, verra' interrotta alle ore 19 di sabato. (ANSA).

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venerdì, 28 settembre 2007,12:48

Roma, 28 set. (Apcom) - Continua il pugno di ferro della Cassazione contro le violenze allo stadio. I tifosi che, con qualunque oggetto, anche se non è un coltellino o un arma, aggrediscono gli avversari, possono essere processati anche senza la querela di chi ha subito la violenza. Il pubblico ministero può infatti procedere d'ufficio.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 35649 depositata ieri, ha accolto il ricorso della Procura di Macerata presentato contro il non luogo a procedere disposto dal giudice di pace nei confronti di un tifoso che, durante una partita di calcio, aveva aggredito un avversario lanciandogli una sedia.

Il magistrato onorario aveva chiuso il caso perché il ragazzo ferito aveva ritirato la querela.

Una decisione, questa, che non ha convinto la pubblica accusa che ha depositato gli atti al Palazzaccio. La quinta sezione penale della suprema corte lo ha accolto sostenendo che il possesso della sedia integra l'aggravante contenuta nell'articolo 585 del Codice penale e quindi si può procedere d'ufficio.

"Ai sensi dell'articolo 585, al secondo comma - spiegano gli ermellini - sono considerati come armi tutti gli strumenti atti ad offendere il cui porto è vietato senza giustificato motivo. Ai sensi dell'articolo 4 della legge 118 del 1975 è considerata arma qualsiasi strumento anche se non considerato espressamente come arma da punta o da taglio, che sia chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l'offesa alla persona".
Ora la Cassazione ha trasmesso gli atti al pubblico ministero presso il Tribunale di Macerata e il ragazzo verrà regolarmente processato.

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domenica, 23 settembre 2007,20:47

GENOVA, 23 SET - Per protesta delle tifoserie il derby della Lanterna numero 67 in serie A si gioca senza le consuete, spettacolari, coreografie. Lo stadio, tutto esaurito con 35.000 tra paganti e abbonati, e' naturalmente colorato di blucerchiato e di rossoblu', perche' migliaia di bandiere e di sciarpe sventolano sulle gradinate. Ma, per la prima volta, le due squadre non sono state accolte in campo dalle fantasiose invenzioni coreografiche dei clubs di tifosi.
I sostenitori lo hanno deciso per protestare contro il decreto Pisanu per la sicurezza negli stadi, che costringe i clubs, dicono, a lunghe e complesse procedure burocratiche per ottenere le autorizzazioni per portare striscioni e coreaografie.
Nonostante questo il derby di Genova regala comunque un colpo d'occhio notevole nel suggestivo Ferraris. Le gradinate Nord e Sud, culle delle due tifoserie, sono gremite e ricolme di bandiere e sciarpe con i colori delle rispettive squadre. I colori della Samp prevalgono invece nei distinti e in tribuna, poiche' e' la squadra di Garrone a giocare in casa.
Alla partita sono presenti tutte le principali autorita' cittadine. Assistono anche i presidenti Garrone e Preziosi. Un ex d'eccezione, Gianluca Vialli, e' in tribuna stampa per commentare la partita per Sky. (ANSA).

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martedì, 18 settembre 2007,13:12

Lucca, 18 settembre 2007 - Numerosi esponenti del gruppo ultras di estrema destra 'Bulldog Lucca 1998' della Lucchese sono stati arrestati stamani nell'ambito di un'operazione coordinata dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione-Ucigos di Lucca.

Per tutti, informa una nota della polizia, l'accusa è di associazione a delinquere, percosse, lesioni personali gravi, violenza privata, minacce aggravate, porto ingiustificato di strumenti atti ad offendere e danneggiamento; anche il sito Internet del gruppo e' stato sottoposto a sequestro preventivo. Numerose sono ancora le perquisizioni in corso da parte degli agenti della Polizia.

 L'operazione è scattata al termine di lunghe e articolate indagini, nate nello scorso campionato di calcio, che hanno preso le mosse dal violento allontanamento da parte del gruppo 'Bulldog' degli altri sodalizi di tifosi organizzati dal settore dello stadio 'Porta Elisa' riservato ai sostenitori della squadra di casa.

L'attività degli investigatori della Polizia ha permesso di far luce su tutta una serie di azioni intimidatorie nei confronti dei tifosi appartenenti ai gruppi 'Fedayn' e 'Tori Flesciati', politicamente orientati verso l'estrema sinistra e su altri episodi delittuosi verificatisi all'esterno dello stadio, consistenti in minacce e violenze commesse in danno di giovani appartenenti all'area della sinistra antagonista e culminati nell'aggressione di un militante del centro sociale 'Cantiere Resistente', violentemente percosso il 24 febbraio 2007.

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lunedì, 27 agosto 2007,20:00

 ROMA, 27 AGO - 'Se quel gesto l'avesse fatto un ultras, un tifoso, certamente avrebbe subito un daspo. Per Baldini, che e' un allenatore, dovrebbe esserci un 'daspino'...'. E' la battuta con cui Paolo Cento (Verde), presidente del Roma Club Montecitorio, commenta il calcio dell' allenatore del Catania al collega del Parma Di Carlo.
'Ad ogni modo - chiarisce Cento - non mi iscrivo al partito dei moralisti con gli altri. Sono cose brutte che pero' possono capitare. Consiglierei a Baldini di chiedere scusa e accettare la sanzione, la diffida, immagino, che gli verra' inflitta'.

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